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Il coraggio di dire: questa volta non ce l’ho fatta

amare significa lasciar andare - Alessandro Rizzi
RIFLETTERE

Tempo di lettura

6–9 minuti

Ci sono successi che vengono raccontati con entusiasmo e fallimenti che vengono nascosti con cura.


È quasi un riflesso automatico. Apriamo un social network e troviamo persone che hanno raggiunto un nuovo traguardo, un nuovo lavoro, una nuova casa, un nuovo record sportivo, una vacanza da sogno, un progetto che funziona. Tutto sembra andare nella direzione giusta. Tutti sembrano aver trovato la formula perfetta.

Poi spegni il telefono e torni nella vita vera.

Quella fatta di dubbi, di paure, di notti insonni e di decisioni che nessuno vorrebbe prendere.

Da piccoli ci insegnano una frase bellissima: “L’importante è provarci.” Ci ripetono che sbagliare è normale, che perdere fa parte del percorso, che ogni errore è un’occasione per imparare.

Poi cresciamo.

E, quasi senza accorgercene, impariamo l’esatto contrario.

Impariamo a mostrare solo quello che funziona. A raccontare soltanto le vittorie. A modificare una fotografia prima di pubblicarla. A eliminare una frase perché potrebbe farci sembrare fragili. A nascondere tutto ciò che potrebbe far pensare che, qualche volta, semplicemente non siamo stati abbastanza.

È curioso.

Da bambini veniamo educati ad accettare il fallimento.

Da adulti facciamo di tutto per far finta che non esista.

Forse è anche per questo che ho deciso di scrivere queste righe.

Perché questa non è la storia di un successo.

È la storia di una rinuncia.

Ed è probabilmente una delle cose più difficili che mi sia capitato di raccontare.


Un anno fa è mancata Maya…

Chi ha avuto un cane sa che quando scrivo “è mancata” non sto usando un modo di dire. Sto parlando di un pezzo di casa che improvvisamente non c’è più. Di abitudini che spariscono da un giorno all’altro. Di silenzi che diventano assordanti.

Per mesi quel vuoto è rimasto lì.

Ogni tanto sembrava più piccolo.

Poi, senza un motivo preciso, tornava enorme.

Finché un giorno ho pensato che forse era arrivato il momento di dare una possibilità a un altro cane.

O, forse, di dare una possibilità anche a me stesso.

Così è arrivata Shanty.

Una splendida Bloodhound dal muso dolcissimo, con due orecchie lunghissime che sembravano raccontare una vita intera ancora prima di guardarla negli occhi.

Non era un cucciolo.

Aveva già conosciuto l’abbandono.

Aveva già imparato cosa significa aspettare qualcuno che non torna.

E, come tanti cani di rifugio, aveva un unico desiderio: trovare finalmente una famiglia.

Per una settimana abbiamo provato a diventarlo…


Chi non ha mai vissuto un affido immagina solo la parte romantica...

Le passeggiate.

Le coccole.

Il cane che finalmente dorme sereno.

Tutto questo esiste.

Ed è meraviglioso.

Ma esiste anche tutto il resto.

Esistono i pianti improvvisi quando ti allontani.

L’ansia da separazione.

Le notti in cui ti chiedi se stai facendo la cosa giusta.

Le regole ancora tutte da costruire.

Gli equilibri di una casa che cambiano completamente nel giro di poche ore.

E soprattutto esiste una domanda che diventa sempre più grande ogni giorno.

“Sarò davvero la persona giusta per lei?”

È una domanda terribile.

Perché dentro c’è già la risposta che non vorresti sentire.

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Per giorni ho cercato di convincermi che bastasse volerle bene...

Che l’amore avrebbe sistemato tutto.

Che con un po’ di pazienza ogni problema avrebbe trovato il suo posto.

Poi ho iniziato a guardare la situazione con più lucidità.

Ho guardato il mio lavoro.

La mia casa.

Gli spazi.

Gli orari.

La presenza di mia mamma.

Le esigenze di un cane che aveva bisogno di molto più di quello che riuscivo realisticamente a darle.

Viviamo in un’epoca in cui il lavoro da remoto viene spesso raccontato come la soluzione a tutto.

Lavori da casa, quindi hai tempo.

Sei sempre presente.

Puoi organizzarti.

La verità è che non funziona così!

Lavorare da remoto significa essere fisicamente presenti.

Non significa essere disponibili.

Ci sono riunioni.

Scadenze.

Telefonate.

Momenti in cui non puoi interromperti.

Momenti in cui un cane, invece, avrebbe bisogno esattamente di te.

E lui non può capire perché sei lì davanti, a pochi metri di distanza, ma non puoi dedicargli quell’attenzione che cerca.

È una differenza enorme.

E spesso ce ne dimentichiamo.

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Alla fine ho preso la decisione che non volevo prendere...

Interrompere l’affidamento.

Non perché Shanty non fosse il cane giusto.

Ma perché io, in questo momento della mia vita, non ero la persona giusta per lei.

Dirlo fa male.

Scriverlo ancora di più.

Perché significa ammettere che l’amore, qualche volta, non basta.

Che le buone intenzioni non sono sufficienti.

Che desiderare qualcosa intensamente non significa essere davvero nelle condizioni di offrirla.

Viviamo in una cultura che ci spinge a resistere sempre.

A non mollare mai.

Come se tornare indietro fosse automaticamente sinonimo di sconfitta.

Io credo che esista anche un altro tipo di coraggio.

Quello di fermarsi.

Di riconoscere i propri limiti.

Di fare un passo indietro quando capisci che andare avanti farebbe più male a chi ami che a te stesso.

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Eppure, in appena sette giorni, Shanty mi ha insegnato molto più di quanto io sia riuscito a insegnare a lei...

Mi ha ricordato che le attenzioni non possono essere rimandate.

Che alcune cose possono aspettare.

Una mail.

Un documento.

Un pavimento da lavare.

Una telefonata.

Altre no.

Un cane che deve uscire.

Che ha bisogno di mangiare.

Che cerca una carezza.

Che vuole sentirsi al sicuro.

Mi ha ricordato quanto valore abbiano le regole.

Quelle poche.

Quelle semplici.

Quelle che danno sicurezza.

Per un cane, ma forse anche per noi.

Mi ha ricordato quanto siamo affamati di presenza autentica.

Di qualcuno che ci guardi davvero.

Che ci dedichi tempo.

Che ci faccia sentire importanti.

In fondo, non è quello che cercano anche le persone?

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Oggi Shanty non è più qui.

La casa è tornata silenziosa.

Le sue ciotole sono vuote.

Le passeggiate sono finite.

E ogni tanto mi sembra ancora di sentirla arrivare con quel passo lento e quelle orecchie che ondeggiavano ad ogni movimento.

Mi manca.

Mi mancherà ancora.

Ma insieme alla malinconia c’è anche una speranza.

Che trovi una famiglia capace di regalarle tutto ciò che io, oggi, non sono riuscito a darle.

Non una famiglia perfetta.

Ma una famiglia presente.

Perché lei questo merita.

E forse è proprio questo il senso di tutta questa storia.

A volte amare significa tenere qualcuno con sé.

Altre volte significa avere il coraggio di lasciarlo andare.

Non perché sia la scelta più facile.

Ma perché è quella più giusta.

E se c’è una cosa che questa settimana mi ha insegnato è proprio questa.

I fallimenti non ci rendono persone peggiori.

Ci ricordano soltanto che siamo esseri umani.

E forse il vero fallimento non è dire “non ce l’ho fatta.”

Il vero fallimento sarebbe stato fingere di farcela, per orgoglio, mentre qualcun altro avrebbe pagato il prezzo della mia ostinazione.

Shanty mi ha lasciato molto più di quanto io sia riuscito a lasciare a lei.

Per questo, nonostante tutto, continuerò a considerare quei sette giorni un dono.

Uno di quelli che fanno male.

Ma che ti cambiano per sempre.

Ciao patatona, grazie per questa indimenticabile vacanza insieme! ❤️


Un incontro che porterò con me

Se questa storia ha avuto un finale diverso da quello che immaginavo, è anche vero che mi ha fatto incontrare persone che meritano di essere conosciute.

Vorrei ringraziare di cuore Patrizia, che con il suo rifugio La Casa del Lupo dedica la propria vita ai cani che hanno perso tutto, e Tany, la volontaria che mi ha accompagnato in questo percorso con una sensibilità e una disponibilità che difficilmente dimenticherò.

In nessun momento mi hanno fatto sentire giudicato per la decisione che ho preso. Anzi. Hanno ascoltato, compreso e messo al primo posto il benessere di Shanty, proprio come dovrebbe fare chi ama davvero gli animali.

È anche grazie a persone come loro se tanti cani, ogni anno, riescono a trovare una seconda possibilità.

Se state pensando di accogliere un cane nella vostra vita, il mio invito è semplice: non compratelo. Andate in un rifugio. Parlate con chi quei cani li conosce davvero. Lasciatevi guidare. Magari il cane che cambierà la vostra vita sta aspettando proprio voi, dietro il cancello di un box.

Io, questa volta, non sono riuscito a essere la famiglia giusta per Shanty. Ma spero con tutto il cuore che la sua famiglia stia leggendo queste righe senza ancora sapere che lei la sta aspettando.

Trovate il rifugio i Lupi a Vagreghentino (LC) e questo è il link di Google Maps CLICCA QUI


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