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Quando la memoria se ne va: cosa resta davvero di una vita?

Uomo seduto in silenzio vicino a una grande finestra e a una sedia vuota, immagine simbolica della memoria e del tempo che passa.
RIFLETTERE

Tempo di lettura

13–19 minuti

Qualche giorno fa sono entrato in una RSA insieme a mia Mamma per andare a trovare un nostro vecchio amico…

Eravamo già stati da lui un paio di mesi prima, a Como.

Due mesi.

Scritti così sembrano niente. Una parentesi breve dentro una vita intera. Eppure questa volta mi è sembrato di trovarmi davanti a una distanza molto più grande.

L’ho guardato negli occhi.

Ed è probabilmente questa l’immagine che mi è rimasta più impressa.

Gli occhi erano vispi. Presenti. In qualche modo ancora curiosi di ciò che avevano davanti.

Ma la memoria sembrava esserlo molto meno.

Non credo ci abbia riconosciuti davvero. O almeno non subito. In alcuni momenti ho avuto persino l’impressione che dicesse di ricordarsi di noi semplicemente per assecondarci, forse perché aveva intuito che quella era la risposta che ci aspettavamo.

…Non posso saperlo…

E non voglio attribuire a quella persona pensieri o condizioni che non conosco. Non sono un medico (purtroppo, ndA) e non conosco nei dettagli la sua diagnosi.

So soltanto quello che ho visto.

I ricordi sembravano comparire per qualche istante e poi sfuggire nuovamente.

Una persona.

Un episodio.

Qualcuno della famiglia.

Una mamma.

Un papà.

Un figlio.

Come se una vita intera, improvvisamente, fosse diventata un archivio nel quale alcune porte si aprono ancora per pochi secondi mentre molte altre non rispondono più alla chiave.

Sono uscito da quella visita con una sensazione difficile da spiegare…

Non era soltanto tristezza.

Era qualcosa di più scomodo.

Era la percezione improvvisa della fragilità.

La sua.

Quella di mia Mamma, che era lì accanto a me.

E inevitabilmente anche la mia.


Due mesi possono essere tantissimo

Viviamo gran parte della nostra esistenza sviluppando una strana familiarità con l’idea che domani ci sarà.

Non lo diciamo apertamente.

Sappiamo perfettamente che la vita ha una fine. Conosciamo la malattia, la vecchiaia, gli incidenti, la morte.

Eppure organizziamo le nostre giornate come se disponessimo di una riserva quasi inesauribile di tempo.

Lo faccio anch’io.

Ci sarà tempo per quella telefonata.

Ci sarà tempo per andare a trovare quella persona.

Ci sarà tempo per un pranzo insieme.

Ci sarà tempo per parlare.

Ci sarà tempo per chiedere scusa.

Ci sarà tempo per dire grazie.

Ci sarà tempo per stare un pomeriggio con i nostri genitori (se li avete… Teneteli strettissimi!) senza guardare continuamente l’orologio.

Poi qualche volta bastano due mesi per ricordarci che quel tempo non è affatto garantito.

Ed è forse questa una delle cose che mi ha colpito maggiormente durante quella visita.

La velocità.

Non necessariamente quella di una specifica malattia, sulla quale non potrei e non vorrei esprimere valutazioni.

La velocità della vita.

Quanto rapidamente possa cambiare una persona.

Quanto rapidamente possano cambiare le nostre possibilità di relazione con lei.

Quanto rapidamente un “lo farò” possa trasformarsi in un “avrei dovuto farlo”.


Quando la memoria comincia a lasciarci

Quello che chiamiamo comunemente “demenza” non identifica una singola malattia.

L’Organizzazione Mondiale della Sanità la descrive come una condizione provocata da diverse malattie o lesioni che interessano il cervello e compromettono progressivamente memoria, pensiero e capacità di svolgere le normali attività quotidiane. La malattia di Alzheimer è la forma più frequente e viene associata, secondo l’OMS, a circa il 60-70% dei casi di demenza. Ma Alzheimer e demenza non sono sinonimi.

È una distinzione importante anche per quello che sto raccontando!

Io non so se ciò che ho osservato in quella stanza sia dovuto all’Alzheimer o a un’altra condizione. Un deterioramento della memoria può avere cause differenti e una diagnosi richiede una valutazione medica vera, che comprende storia clinica, test cognitivi, esami e, quando necessario, indagini più specifiche.

Ma conoscere qualcosa in più su ciò che può accadere nelle demenze aiuta a guardare certe situazioni con occhi diversi…

La memoria non è un unico contenitore che improvvisamente si svuota.

È un sistema straordinariamente complesso!

Ricordare quello che abbiamo mangiato ieri non è esattamente la stessa cosa che ricordare la casa in cui siamo cresciuti. Riconoscere un volto, recuperare un nome, sapere dove ci troviamo, ricordare un episodio della nostra infanzia o imparare qualcosa di nuovo coinvolgono processi differenti e reti cerebrali differenti.

Nella malattia di Alzheimer la memoria è frequentemente una delle prime funzioni a essere compromesse, ma con la progressione possono comparire anche difficoltà nel linguaggio, nel ragionamento, nell’orientamento, nella capacità di organizzare pensieri e azioni e, in alcune fasi, persino nel riconoscere persone familiari.

E ogni storia è diversa.

Non esiste una traiettoria identica per tutti…

L’OMS sottolinea esplicitamente che le manifestazioni della demenza cambiano molto da persona a persona, in relazione alla causa, alle condizioni di salute e alle capacità cognitive precedenti.

Forse è anche per questo che osservare una persona che abbiamo conosciuto per anni in una condizione simile produce una sensazione così destabilizzante… Devastante, a tratti.

Perché ci costringe a confrontarci con una domanda che normalmente preferiamo evitare:

quanto della nostra identità dipende dalla memoria che abbiamo di noi stessi?


Quelle piccole isole del passato

Durante quella visita mi ha colpito un altro aspetto.

Alcuni riferimenti lontani sembravano riuscire ad affiorare più facilmente.

Non voglio trasformare un’osservazione personale in una conclusione scientifica, ma questa impressione trova un interessante parallelo in ciò che sappiamo della memoria autobiografica nell’Alzheimer.

Una revisione sistematica pubblicata nel 2025, che ha analizzato 83 studi, ha osservato che nell’Alzheimer la memoria autobiografica può deteriorarsi in tutte le fasi della vita, ma spesso emerge un gradiente temporale: alcuni ricordi lontani risultano relativamente meglio preservati rispetto a quelli recenti. Non è una regola assoluta e non vale nello stesso modo per tutte le persone, ma è un fenomeno documentato dalla ricerca.

Questo mi ha fatto pensare.

Passiamo una quantità enorme di tempo a preoccuparci di ciò che accade oggi.

Una mail.

Una riunione.

Una scadenza.

Una discussione.

Un post che non ha ottenuto le visualizzazioni che speravamo.

Una persona che non ci ha risposto.

Un risultato professionale che non è arrivato.

E intanto, in qualche luogo molto più profondo di noi, potrebbero essere altri i momenti destinati a costruire la trama della nostra esistenza.

Una cucina di tanti anni fa.

La voce di nostra madre.

Nostro padre che torna a casa.

Un’estate.

Una persona amata.

Una canzone.

Il profumo di un luogo.

Una risata che nessuno ha fotografato.

Non sappiamo che cosa ricorderemo….

Forse è proprio questo uno degli aspetti più spiazzanti della memoria:


Può rimanere un’emozione quando scompare il ricordo?

C’è poi un aspetto della ricerca sull’Alzheimer che trovo profondamente umano.

E, in qualche modo, consolante.

Ricordare un evento e provare l’emozione che quell’evento ha generato non sono necessariamente la stessa cosa.

Uno studio pubblicato su Cognitive and Behavioral Neurology ha osservato un piccolo gruppo di persone con probabile Alzheimer dopo la visione di filmati capaci di suscitare felicità o tristezza.

Come previsto, la loro capacità di ricordare ciò che avevano visto era fortemente compromessa.

Eppure l’emozione rimaneva.

In alcuni partecipanti sentimenti di tristezza o felicità continuarono anche quando non riuscivano più a ricordare consapevolmente il contenuto dei filmati che li avevano provocati.

È uno studio limitato, con numeri piccoli, e sarebbe sbagliato trasformarlo in una legge universale.

Ma apre una prospettiva bellissima!!

Una persona potrebbe dimenticare che siamo stati lì e, almeno in alcune circostanze, conservare qualcosa di come l’abbiamo fatta sentire.

Il National Institute on Aging sottolinea del resto l’importanza delle visite e delle relazioni anche quando la persona con Alzheimer non riesce più a ricordare chiaramente chi abbia davanti. Suggerisce di continuare a mantenere il contatto, semplificare la comunicazione, presentarsi nuovamente quando necessario, guardare fotografie, ascoltare musica, condividere attività e soprattutto preservare un modo rispettoso e affettuoso di stare insieme.

Questa cosa mi ha colpito più di molti dati.

Perché cambia radicalmente il significato di una visita.

Potremmo pensare:

Che senso ha andare, se fra poco non si ricorderà nemmeno che sono stato lì?

Forse il punto è esattamente l’opposto.

Forse non tutto ciò che ha valore deve essere ricordato per avere avuto valore.

Una carezza non diventa inutile perché viene dimenticata.

Una risata non è sprecata perché domani non sapremo più raccontarla.

Un pomeriggio sereno non perde il suo significato perché successivamente scompare dalla memoria.

È esistito.

È stato vissuto.

E questo, forse, è già abbastanza.


La fragilità degli altri ci ricorda la nostra

Non voglio fingere che quella visita mi abbia trasformato.

Il giorno dopo sono tornato a fare probabilmente molte delle stesse cose che facevo prima.

A lavorare.

A controllare numeri.

A pensare ai miei progetti.

A preoccuparmi di problemi che, mentre li vivo, mi sembrano enormi.

A guardare risultati.

A desiderare che qualcosa che sto costruendo funzioni.

A cercare, come credo facciano quasi tutti, una qualche forma di riconoscimento.

E non penso nemmeno che ci sia qualcosa di sbagliato.

Mi piace creare.

Mi piace costruire cose.

Mi piace raggiungere obiettivi.

Mi piace vedere crescere un progetto.

Il problema non è avere ambizioni.

Il problema forse nasce quando dimentichiamo la proporzione tra le cose.

Quando una mail riesce a rovinarci una serata con qualcuno che amiamo.

Quando un problema di lavoro occupa mentalmente anche il tempo che teoricamente non appartiene al lavoro.

Quando misuriamo il nostro valore attraverso una statistica.

Quando il numero di persone che ci seguono diventa più importante delle poche persone che ci stanno davvero accanto.

Quando spendiamo anni cercando di essere riconosciuti da sconosciuti e diamo per scontato chi conosce ogni nostra fragilità.

E mentre scrivo queste parole non sto parlando dall’alto…

Sto parlando soprattutto a me stesso.

Perché anch’io rimando.

Anch’io penso: “lo chiamo domani”.

Anch’io a volte ascolto qualcuno mentre una parte della mia testa è ancora dentro un problema di lavoro.

Anch’io posso dare molta importanza a cose che, viste da una stanza di una RSA, improvvisamente diventano minuscole.

Forse la sensibilità è anche questo.

Non soltanto sentire intensamente ciò che accade agli altri.

Ma permettere a ciò che accade agli altri di incrinare, almeno per qualche momento, le nostre certezze…


Mia mamma era lì accanto a me

Durante quella visita c’era un’altra presenza che rendeva tutto più intenso.

Mia mamma.

Non voglio trasformarla in un simbolo.

Era semplicemente lì, accanto a me.

Eppure sarebbe falso dire che quella situazione non abbia generato anche un altro pensiero.

Le persone che amiamo invecchiano.

Lo sappiamo.

Ma sapere qualcosa razionalmente non significa necessariamente averla accettata emotivamente.

Per moltissimo tempo i genitori sembrano appartenere alla struttura stessa del mondo.

Sono lì.

Ci sono sempre stati.

Quasi inconsciamente immaginiamo che continueranno a esserci.

Poi arriva un’età nella quale inizi a vedere il tempo anche su di loro.

E contemporaneamente inizi a vederlo su te stesso.

Allora alcune cose assumono un significato diverso.

Un caffè insieme.

Una commissione fatta in macchina.

Una telefonata.

Una discussione inutile.

Una storia che hai già ascoltato venti volte e che magari un giorno daresti qualsiasi cosa per poter ascoltare ancora una volta.

Non credo che questa consapevolezza debba trasformarsi nell’angoscia di perdere qualcuno.

Sarebbe un altro modo di lasciare che la paura ci sottragga il presente.

Dovrebbe forse produrre l’effetto contrario.

Aiutarci a esserci mentre possiamo esserci.


Viviamo come se il tempo fosse infinito

Da bambini un’estate sembra lunghissima.

Tre mesi possono contenere un universo.

Poi succede qualcosa.

Gli anni accelerano.

Natale torna sempre più velocemente.

Le fotografie che pensavamo di aver scattato poco tempo fa hanno dieci anni.

Le persone che nella nostra testa conservavamo giovani hanno i capelli bianchi.

I bambini diventano adulti.

Gli adulti diventano anziani.

E noi, naturalmente, cambiamo insieme a loro.

Il tempo non accelera davvero.

Siamo noi a percepirlo diversamente…

Ma il risultato emotivo è potente: prima o poi iniziamo a capire che la quantità davanti a noi non è infinita.

E credo che qui esista una distinzione importante.

Essere consapevoli della brevità della vita non significa vivere pensando continuamente alla morte.

Non significa svegliarsi ogni mattina con il terrore che possa essere l’ultima.

Non significa abbandonare progetti, carriera, ambizioni, responsabilità.

Significa forse qualcosa di molto più semplice e difficile:

imparare a scegliere meglio ciò a cui concediamo il nostro tempo.

Perché il tempo è una forma di ricchezza stranissima.

Mentre lo possediamo ci sembra quasi gratuito.

Ci accorgiamo del suo valore soprattutto quando comincia a mancare…


Tutte le cose che ci fanno sentire importanti

Esiste una versione di noi costruita per il mondo.

Ha un nome.

Un mestiere.

Un curriculum.

Un conto in banca.

Una casa.

Un’automobile.

Degli abiti.

Forse un titolo prima o dopo il nome.

Oggi ha anche follower, like, visualizzazioni, contatti, profili social.

Non c’è nulla di sbagliato in tutto questo.

Sono parti della vita. Ci sta.

Alcune possono regalarci soddisfazioni autentiche.

Il lavoro può darci dignità, indipendenza, identità.

Un progetto può appassionarci.

Il denaro può garantirci libertà e sicurezza.

Persino un like può farci sorridere.

Il problema arriva quando queste cose smettono di essere parti della vita e iniziano a diventare la misura della vita.

Quanti anni possiamo trascorrere cercando di sembrare importanti?

Quanta energia spendiamo per convincere persone che conosciamo appena del nostro valore?

Quanta parte della nostra identità affidiamo a qualcosa che potrebbe scomparire domani?

La stanza che ho visto qualche giorno fa ridimensionava tutto questo senza bisogno di pronunciare una sola parola.

In quel luogo non contava quale automobile avessi guidato.

Non contava quanti contatti avessi su LinkedIn.

Non contava quale fosse stata la tua qualifica professionale.

Non contava il prezzo del tuo orologio.

Non contava quanto fossi stato importante in una riunione vent’anni prima.

Restava una persona.

Con la sua dignità.

La sua fragilità.

I suoi bisogni.

E alcuni frammenti della sua storia.


La grandezza delle cose piccole

Forse abbiamo sbagliato persino il modo in cui distinguiamo le cose grandi da quelle piccole.

Consideriamo grande una promozione.

Grande comprare una casa.

Grande un viaggio importante.

Grande raggiungere un risultato economico.

E chiamiamo “piccole cose” una telefonata, un pranzo insieme, un pomeriggio passato a parlare.

Ma non sono sicuro che alla fine la gerarchia rimanga la stessa eh…

Forse un giorno scopriamo che erano proprio quelle le cose grandi.

Una mano appoggiata sulla spalla nel momento giusto.

Qualcuno che è venuto a trovarci.

Una persona che si è ricordata di noi.

Una risata.

Una passeggiata senza particolare motivo.

Un “come stai?” pronunciato aspettando davvero la risposta.

Un messaggio mandato quando sarebbe stato più facile rimandare.

Una presenza quando le parole non servivano.

Sono gesti minuscoli perché occupano poco spazio.

Ma possono occupare moltissimo spazio dentro una vita.

E c’è qualcosa di profondamente liberatorio in questa idea.

Non abbiamo bisogno di fare continuamente cose straordinarie per avere una vita significativa.

Molto spesso abbiamo bisogno di esserci.


Che cosa rimane quando togliamo tutto?

Quella visita mi ha lasciato soprattutto una domanda.

Che cosa rimane di noi quando iniziamo a togliere tutto ciò con cui siamo abituati a presentarci al mondo?

Togli il lavoro.

Togli il ruolo professionale.

Togli il denaro.

Togli la casa.

Togli l’automobile.

Togli i vestiti.

Togli i follower.

Togli i risultati.

Togli il nostro nome scritto sotto una fotografia.

Poi fai qualcosa di ancora più radicale.

Togli progressivamente persino la possibilità di raccontare la nostra storia.

Che cosa rimane?

Non conosco la risposta.

E diffido di chi sostiene di conoscerla!

Forse però una parte di noi continua a vivere fuori da noi.

Nelle persone che abbiamo amato.

Nel modo in cui abbiamo trattato qualcuno.

Nella sicurezza che abbiamo saputo dare.

Nelle ferite che abbiamo evitato o, purtroppo, provocato.

Nei ricordi che gli altri conserveranno quando noi non saremo più capaci di conservarli.

Forse l’identità non è soltanto ciò che ricordiamo di essere.

È anche ciò che abbiamo lasciato negli altri…


Forse non dobbiamo essere ricordati. Dobbiamo avere vissuto

C’è però un ultimo rischio.

Trasformare anche questa riflessione in un’altra forma di ego.

Devo vivere in modo che tutti si ricordino di me!”

No.

Forse non è questo il punto.

Anche il ricordo degli altri, prima o poi, scompare.

Le generazioni cambiano.

I nomi vengono dimenticati.

Le fotografie finiscono in scatole appartenute a persone che nessuno riconosce più.

Non credo che il senso della vita possa dipendere dalla nostra capacità di diventare immortali nella memoria di qualcuno.

Forse la questione è molto più semplice.

Essere stati davvero presenti mentre eravamo qui.

Aver amato mentre potevamo amare.

Aver parlato mentre potevamo parlare.

Aver ascoltato mentre qualcuno aveva qualcosa da dirci.

Aver trovato tempo.

Non tutto il tempo.

Non sarebbe possibile.

Ma abbastanza da non scoprire troppo tardi di averlo concesso quasi interamente alle cose sbagliate.


Quella stanza

Ripenso ancora agli occhi di quell’uomo… Di quell’amico.

Vispi.

Presenti.

E a quei ricordi che apparivano per qualche istante.

Non so che cosa sia rimasto dentro di lui della nostra visita.

Forse domani non ricorderà che siamo stati lì.

Forse non lo ricordava già poche ore dopo.

Ma oggi mi interessa meno di quanto avrebbe fatto prima.

Perché forse abbiamo commesso un errore nel pensare che un momento abbia valore soltanto se potremo ricordarlo.

Noi siamo stati lì.

Per un certo tempo abbiamo condiviso la stessa stanza.

Gli abbiamo parlato.

Lui ci ha guardati.

Qualcosa è accaduto.

E questo è sufficiente perché quel tempo non sia stato inutile.

Io, invece, quella visita la ricordo.

E mi ha lasciato una domanda che probabilmente mi accompagnerà ancora a lungo.

Sto dedicando il tempo limitato della mia vita alle cose che contano davvero?

Non so dare una risposta completamente rassicurante.

Forse è proprio per questo che vale la pena continuare a farmela.

Perché non possiamo decidere quanto tempo ci rimane.

Non possiamo sapere come invecchieremo.

Non possiamo sapere quali ricordi resteranno e quali se ne andranno.

Non possiamo proteggere noi stessi e le persone che amiamo da ogni forma di fragilità.

Ma oggi possiamo ancora scegliere qualcosa.

Possiamo decidere di fare quella telefonata.

Possiamo andare a trovare qualcuno.

Possiamo restare qualche minuto in più.

Possiamo ascoltare.

Possiamo dire grazie.

Possiamo dire ti voglio bene.

Possiamo smettere, almeno ogni tanto, di comportarci come se tutto ciò che non produce un risultato fosse tempo perso.

Perché forse è vero esattamente il contrario!!

Forse alcuni dei momenti apparentemente più improduttivi della nostra vita saranno quelli che, alla fine, avranno avuto più senso.

Prima o poi perderemo tutto ciò che abbiamo. Facciamo in modo di non aver perso, nel frattempo, la vita.

Alessandro

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2 Responses

  1. Ciao Alessandro , non so se la scatola del tempo ti ha lasciato un ricordo di me ,io sicuramente ho avuto subito una buona percezione di te quando abbiamo trascorso un po’ di tempo insieme a Montecatini per l’incontro informativo su Terme organizzato allora dell’ente di soggiorno e Terme Toscane
    Ho un bellissimo ricordo di quei piccoli frammenti di memoria ma mi ricordo un ragazzo gentile che si preoccupò di accompagnarmi all’auto (quando data la tua giovane età questo non era scontato)
    Mi ha colpito il tuo amore per i tuoi genitori e la tua gentilezza d’animo ,quando leggo alcune tue riflessioni come questo pezzo su la memoria scomparsa mi rendo conto che le mie sensazioni erano giuste e che i tuoi genitori hanno fatto un buon lavoro
    Spero di riuscire anch’io a dare la stesso imprinting a mio figlio che oggi è un giovane uomo
    Ho purtroppo provato da giovane il tuo stesso dolore perdendo mia madre e qualche anno più tardi anche mio padre qui di capisco benissimo ciò che vuoi a volte conunicare ma a volte la vita scorre volo e con mille impegni e le cose che ci sembrano importanti nel momento che le viviamo dopo perdono spesso il loro carattere di immediatezza
    Ho vissuto in questo periodo di ferie ciò che la demenza fa accadere nella mente delle persone care attraverso la mamma di amici e in parte mia suocera
    Abbiamo trascorso insieme in montagna un po’ di tempo insieme e abbiamo cercato di dar loro il nostro tempo giocando a carte e stando semplicemente insieme anche mio figlio e i loro amici da bimbi sono stati insieme e abbiamo vissuto una bellissima vacanza insieme

    Stasera andremo a fare la nostra vacanza di fine estate in Sardegna con altri amici e creeremo altri ricordi questo fa parte della vita ma i contatti con le persone che amiamo sono importantissimi hai perfettamente ragione ma ti assicuro che spesso non è facile convivere con persone che hanno questa malattia ,i miei amici sono in pensione lui e lei andrà a febbraio e si dividono portando con loro la madre di lei ovunque fino a quando è possibile ed è un amore incredibile verso qualcuno che purtroppo a volte non riconosci e non sai come aiutare
    Loro sono una famiglia fantastica vivono insieme e l’uno aiuta l’altro nipotini compresi le sorelle si aiutano con i bimbi e il nonno è un baby sitter impagabile ma sono una goccia nel mare in un mondo sempre più individualista
    Non so se sarei riuscita a dare loro lo stesso amore parlo dei miei genitori
    A volte ci penso di no poi pensando a mio padre rimasto solo che ho comunque vissuto intensamente nel poco tempo rimasto con me mi dico che forse sono riuscita a farlo
    Ho un ricordo molto positivo di te anche nel poco tempo che ci siamo conosciuti e leggo volentieri i tuoi pensieri volevo solo semplicemente dirtelo
    Ciao Grazia

    • Ciao Grazia, grazie davvero per queste parole! E sì, la scatola del tempo qualcosa ha conservato: ricordo Montecatini e mi ha fatto sorridere ritrovare, attraverso il tuo racconto, quel ragazzo di tanti anni fa…

      Mi ha emozionato soprattutto quello che hai scritto dei miei genitori. Se oggi c’è in me un po’ di quella sensibilità che hai percepito, sicuramente una parte importante viene da loro… Anzi, la la parte più importante di quello che sono!

      Hai ragione anche su una cosa fondamentale: è facile parlare dell’importanza di esserci, molto più difficile farlo ogni giorno quando una malattia come la demenza entra davvero nella vita di una famiglia. Quello che racconti dei tuoi amici è una forma di amore enorme, fatta soprattutto di presenza, pazienza e piccoli gesti…

      …E forse non dovremmo chiederci troppo se abbiamo fatto abbastanza con le persone che abbiamo amato. Da quello che racconti di tuo papà, credo che tu abbia fatto la cosa più preziosa: hai condiviso con lui il tempo che avevate!

      Grazie per esserti ricordata di me dopo tanti anni e, soprattutto, per aver trovato il tempo di scrivermi tutto questo! È uno di quei messaggi che danno un senso ancora più profondo all’aver condiviso una riflessione così personale.

      Buona Sardegna Grazia! Create nuovi ricordi! Un abbraccio! ❤️

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