Ci sono parole che utilizziamo talmente spesso da smettere quasi di interrogarci sul loro significato.
Una di queste è presenza…
Essere presenti al lavoro.
Essere presenti per qualcuno.
Essere presenti sui social.
Essere presenti nella vita dei nostri figli, dei nostri genitori, degli amici.
Essere presenti in un luogo.
Questa settimana mi sono accorto che, passando da un progetto all’altro e da alcune esperienze decisamente più personali, continuavo a incontrare questa parola.
E mi è venuto un dubbio.
Essere presenti ed essere visibili sono davvero la stessa cosa?
Più ci penso, più credo di no…
Forse la presenza autentica non si misura nemmeno mentre ci siamo.
Si misura dopo.
Da quello che rimane.
Puoi essere al lavoro otto ore e non lasciare quasi nulla
La questione è diventata evidente mentre lavoravo a un nuovo articolo per Remo Nomad (se vuoi scoprire il sito lo vedi QUI).
Il tema era la carriera nel lavoro remoto.
Negli ultimi anni abbiamo discusso moltissimo di produttività da casa, diritto allo smart working, ritorno in ufficio, strumenti digitali e organizzazione.
Ora sta emergendo una questione successiva.
Puoi lavorare bene da remoto ed essere comunque professionalmente poco visibile?
Sì!
È uno dei limiti più interessanti del lavoro distribuito.
In ufficio una parte della nostra reputazione professionale viene costruita quasi involontariamente.
Qualcuno ascolta una nostra osservazione.
Ci vede aiutare un collega.
Partecipa a una riunione nella quale risolviamo un problema.
Ci incontra davanti alla macchinetta del caffè.
Da remoto molte di queste occasioni scompaiono…
E allora nasce la tentazione di sostituirle con una forma nuova di presenza.
Essere sempre online.
Rispondere velocemente.
Partecipare a molte call.
Scrivere.
Commentare.
Far sapere che stiamo lavorando.
Ma è davvero questa la soluzione?
Essere visibili non significa necessariamente avere valore
È interessante che proprio nel 2026 il dibattito stia tornando con forza.
Le aziende continuano a ridefinire il rapporto tra presenza e remoto. Secondo un’analisi di Robert Half, negli Stati Uniti le posizioni completamente in presenza sono passate dal 65% delle offerte considerate nel quarto trimestre 2025 all’87% nel secondo trimestre 2026.
E appena ieri Reuters ha raccontato il caso Airbus: l’azienda ha ridimensionato il progetto di aumentare la presenza obbligatoria in sede dopo proteste e scioperi, mantenendo maggiore flessibilità rispetto al piano iniziale.
Dietro a queste discussioni c’è anche una domanda culturale:
quanto vale la presenza fisica?
La mia risposta è probabilmente poco elegante:
dipende!
Ci sono lavori, momenti e relazioni professionali nei quali trovarsi nella stessa stanza è prezioso.
Ci sono altri momenti nei quali occupare la stessa stanza per otto ore aggiunge pochissimo.
Il problema nasce quando trasformiamo la presenza in una scorciatoia per misurare qualcosa di molto più difficile da misurare:
il contributo.
Da remoto bisogna imparare a lasciare tracce
L’articolo che abbiamo pubblicato questa settimana su Remo Nomad nasce proprio da qui.
Non suggerisce di diventare più rumorosi.
Al contrario.
La carriera da remoto richiede di imparare a rendere leggibile ciò che facciamo.
Un progetto concluso.
Un cliente aiutato.
Un processo migliorato.
Una competenza acquisita.
Un problema risolto.
Un collega fatto crescere.
Queste sono tracce.
E hanno una caratteristica interessante:
rimangono anche quando chi le ha prodotte non è online!
Forse dovremmo iniziare a misurare così la presenza professionale.
Non attraverso quante ore qualcuno appare disponibile.
Ma attraverso quello che continua a funzionare quando quella persona ha chiuso il computer.
Essere sempre presenti, però, può diventare un problema
Questa settimana Lavorare Sano mi ha portato dall’altra parte dello stesso ragionamento (se vuoi vedere il sito lo trovi QUI).
Abbiamo parlato di stress e di cosa possiamo fare prima che diventi burnout.
Qui il paradosso è evidente.
Per dimostrare di esserci possiamo finire per esserci troppo.
Sempre raggiungibili.
Sempre disponibili.
Sempre con qualcosa ancora da finire.
Il problema è che una persona non è un server progettato per garantire uptime continuo.
Il benessere professionale richiede anche momenti nei quali non siamo disponibili.
Una pausa.
Una sera.
Un fine settimana.
Una vacanza.
Perfino qualche minuto senza guardare uno schermo.
Non sono assenze dal lavoro.
Sono una parte delle condizioni che ci permettono di tornarci.
Anche i luoghi possono essere molto visibili e lasciare poco
Poi questa settimana sono passato dal lavoro ai viaggi…
Su Vacanze alle Baleari (il sito lo vedi QUI) abbiamo pubblicato una guida dedicata a settembre.
Quale isola scegliere?
Maiorca, Minorca, Ibiza o Formentera?
È una domanda pratica!
Ma settembre alle Baleari mi piace anche per un altro motivo.
Comincia lentamente a diminuire il rumore!
Meno alta stagione.
Meno bisogno di concentrare tutto nelle stesse settimane.
E alcuni luoghi tornano a essere un po’ più leggibili.
Ho già raccontato su questo sito alcune delle esperienze che mi hanno fatto innamorare delle Baleari: non sono necessariamente quelle più spettacolari, ma un tramonto, un mercatino, una giornata in barca, momenti nei quali un luogo smette di essere semplicemente una destinazione e diventa un ricordo.
È curioso.
Possiamo fotografare cento volte una spiaggia e dimenticarla.
E possiamo ricordare per anni una sera nella quale apparentemente non è successo niente.
La visibilità non garantisce memoria!
Vale anche vicino a casa
Con Contea di Bart (ecco il sito QUI!) questa settimana abbiamo fatto il percorso opposto.
Niente Ibiza.
Niente Formentera.
Siamo tornati intorno a Ponte Lambro.
Erba.
Canzo.
Il Lago di Pusiano.
I piccoli laghi briantei!
Luoghi che non hanno bisogno di competere con l’immaginario internazionale del Lago di Como.
Anzi, forse non dovrebbero proprio provarci.
Mi interessa sempre di più raccontarli per quello che sono…
Una passeggiata.
Un lungolago.
Una sera di fine agosto.
Un ristorante.
Un sentiero.
Una piccola esperienza che qualcuno arrivato da fuori potrebbe non conoscere.
Perché anche un luogo può lasciare una traccia senza essere famoso.
E forse una delle cose più belle dell’ospitalità è proprio questa:
far conoscere qualcosa che il viaggiatore non aveva programmato di vedere!
Essere utili esattamente quando serve
Poi c’è DoveDormireVicino (il mio nuovo progetto dedicato agli eventi, eccolo QUI).
È un progetto molto diverso dagli altri e continua a crescere intorno a una domanda elementare:
devo partecipare a una fiera, un concerto, un congresso o un evento.
Dove dormo?
Anche qui ritorna, in maniera completamente diversa, il concetto di presenza.
Non voglio che una persona pensi continuamente a Dove Dormire Vicino.
Sarebbe assurdo!
Vorrei che il progetto comparisse nel momento esatto in cui serve.
Cerco un evento.
Trovo le informazioni.
Capisco dove si svolge.
Scopro quali zone sono comode.
Trovo un alloggio.
Fine.
È forse la forma di presenza digitale che preferisco!
Non quella che continua a chiamarti.
Quella che si fa trovare quando ne hai bisogno.
Poi questa settimana la parola “presenza” ha cambiato significato
Fin qui potremmo parlare semplicemente di lavoro, turismo e progetti.
Poi è successa una cosa diversa…
Sono andato con mia madre a trovare una persona che conosciamo da molto tempo e che oggi vive in una RSA.
Il tempo è passato.
E si vede.
Ma soprattutto si percepisce qualcosa di molto più difficile da accettare: la memoria non funziona più come prima.
Ci sono momenti nei quali sembra esserci un riconoscimento.
Poi un dubbio.
Un ricordo.
Poi forse quel ricordo scompare di nuovo.
E improvvisamente tutte le riflessioni sulla “visibilità” diventano molto piccole.
Perché lì non importa più se qualcuno ti vede.
La domanda diventa:
si ricorda di te?
E forse, ancora più profondamente:
che cosa rimane di noi quando persino il ricordo comincia a diventare fragile?
La memoria è una cosa strana
Ci piace pensare alla memoria come a un archivio.
Apriamo un cassetto e troviamo un momento.
Una persona.
Una voce.
Un’estate.
Una cena.
Ma non funziona davvero così!
I ricordi cambiano.
Si sovrappongono.
Perdono dettagli.
A volte spariscono.
Eppure penso che una relazione non possa essere ridotta esclusivamente alla capacità di ricordarla.
Una persona può averci insegnato qualcosa senza che oggi sappiamo più ripetere le sue parole.
Può averci fatto sentire accolti.
Può averci fatto ridere.
Può esserci stata vicino in un momento difficile.
Quello che è successo ha contribuito a costruire chi siamo.
Anche se un giorno non saremo più capaci di raccontarlo…
Forse è questo lasciare un segno
Non penso a qualcosa di grandioso.
Non a essere ricordati da migliaia di persone.
Non a lasciare un monumento.
Non a costruire qualcosa che duri cento anni.
Penso a cose molto più piccole.
Un collega che lavora meglio perché gli abbiamo insegnato qualcosa.
Una persona che affronta diversamente un problema dopo una conversazione con noi.
Qualcuno che visita un posto perché glielo abbiamo raccontato.
Un ospite che torna a casa ricordando una sera trascorsa sul lago.
Un amico che associa il nostro nome a un momento della propria vita.
Una persona che magari non ricorda più esattamente chi siamo, ma alla quale un giorno abbiamo fatto del bene.
Sono tutte forme di presenza.
E non richiedono che siamo nella stanza!
La vera presenza forse comincia quando smettiamo di doverla dimostrare
Non voglio arrivare alla conclusione facile che dovremmo tutti spegnere il computer e dedicarci soltanto alle persone.
La vita reale non funziona così…
Dobbiamo lavorare.
Abbiamo responsabilità.
Vogliamo crescere.
Vogliamo costruire.
Io per primo continuo ad avere più progetti di quanti probabilmente sarebbe ragionevole avere.
Ma questa settimana mi ha ricordato una distinzione che voglio provare a portarmi dietro.
Visibilità e presenza non sono la stessa cosa.
Possiamo essere visibilissimi e non lasciare niente.
Possiamo essere lontani e continuare a essere presenti.
Nel lavoro.
Nei luoghi.
Nei progetti.
E soprattutto nelle persone.
Forse allora la domanda non è:
“Mi vedono?”
È:
“Cosa rimane dopo che sono andato via?”
Non conosco una risposta migliore per capire se siamo stati davvero presenti…
Se vuoi approfondire…
Questa riflessione nasce da temi ed esperienze molto diverse che hanno attraversato concretamente la mia settimana.
Su Remo Nomad ho approfondito il tema della carriera nel lavoro remoto e della visibilità professionale: come evitare che risultati e competenze diventino invisibili quando viene meno la presenza quotidiana in ufficio. Leggi l’articolo!
Su Lavorare Sano siamo partiti invece dallo stress e dai segnali che dovremmo imparare a riconoscere prima che il sovraccarico diventi burnout: anche imparare a non essere continuamente disponibili è una parte importante del lavorare meglio. Leggi l’articolo!
Con Vacanze alle Baleari abbiamo guardato a settembre, confrontando Maiorca, Minorca, Ibiza e Formentera per capire quale isola scegliere quando l’estate continua ma il ritmo comincia lentamente a cambiare. Leggi l’articolo!
Su Contea di Bart siamo rimasti molto più vicini a casa, riscoprendo il territorio intorno a Ponte Lambro e il fascino discreto dei laghi briantei, a partire dal Lago di Pusiano. Leggi l’articolo!
E continua il lavoro su DoveDormireVicino, dove stiamo costruendo un sistema che parte dagli eventi e prova a essere utile esattamente quando nasce una necessità molto concreta: capire dove conviene soggiornare. Scopri il nuovo portale!
Argomenti apparentemente lontani.
Questa settimana, però, mi hanno fatto pensare tutti alla stessa parola:
PRESENZA.
Alessandro
Domande & Risposte
No. La visibilità riguarda quanto siamo percepibili in un determinato momento; la presenza può manifestarsi anche attraverso risultati, relazioni, ricordi e conseguenze che continuano dopo la nostra assenza.
Rendendo leggibili risultati, contributi, competenze e progressi senza trasformare la disponibilità continua in una dimostrazione di produttività.
Non necessariamente. Una disponibilità costante può aumentare interruzioni e sovraccarico. Confini e recupero sono importanti anche per mantenere nel tempo qualità e concentrazione.
Non significa necessariamente essere ricordati da molti. Può significare aver contribuito positivamente alla vita, alle conoscenze o alle emozioni di una singola persona.
Perché il ricordo non dipende soltanto dalla notorietà di un luogo. Contesto, persone, emozioni ed esperienze personali possono rendere memorabile anche un posto apparentemente ordinario.







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