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Le transizioni contano più di quanto pensiamo

Vista dal finestrino di un aereo in volo sul mare, simbolo del passaggio da un luogo all’altro
RIFLETTERE

Tempo di lettura

4–5 minuti

Questa settimana mi è rimasta in testa una parola che non avevo programmato.

… Transizione ...

Non è particolarmente affascinante!

Non è una di quelle parole che finiscono facilmente sulla copertina di un libro.

Eppure mi sono accorto che moltissime cose sulle quali ho lavorato negli ultimi giorni avevano qualcosa in comune.

Parlavano del momento tra un prima e un dopo.

E forse dedichiamo pochissima attenzione proprio a quei momenti.


Entrare in un nuovo lavoro non significa avere una password

Su Remo Nomad questa settimana ho lavorato sull’onboarding da remoto. (puoi leggere l’articolo QUI)

È un argomento apparentemente molto aziendale.

Computer.

Accessi.

Procedure.

Call iniziali.

Documentazione.

Ma più ci ragionavo, più mi sembrava evidente che il vero onboarding fosse altrove.

È il passaggio da:

“sono appena arrivato”

a:

“so come funzionano le cose qui”.

E questo passaggio non avviene nel momento in cui qualcuno ci consegna una password.

Avviene quando iniziamo a capire chi chiamare se abbiamo un problema.

Quando riconosciamo le persone.

Quando qualcuno ci coinvolge senza doverlo chiedere.

Quando facciamo la prima cosa utile autonomamente.

Quando smettiamo di osservare il gruppo dall’esterno e iniziamo, quasi senza accorgercene, a sentirci parte di quel gruppo.

La tecnologia può rendere l’onboarding remoto molto efficiente.

Ma non può comprimere completamente quella transizione.


Poi ci sono transizioni molto più piccole

Una riunione finisce alle 10.

La successiva inizia alle 10.

Alle 11 finisce quella e apriamo immediatamente una mail.

Poi arriva un messaggio.

Poi un documento.

Poi un’altra call.

A fine giornata abbiamo fatto moltissime cose.

Ma praticamente non siamo mai passati da una cosa all’altra!

Le abbiamo soltanto attaccate.

Una contro l’altra.

È il motivo per cui questa settimana, lavorando su Lavorare Sano, mi sono ritrovato a rivalutare quei dieci minuti vuoti nel calendario che normalmente cerchiamo di riempire. (Puoi leggere cosa ho scritto nell’articolo che trovi QUI).

Forse non sono tempo inutilizzato.

Sono una transizione.

Servono per alzarsi.

Bere.

Fare due passi.

Pensare.

O semplicemente permettere alla cosa precedente di finire prima che inizi quella successiva.


Anche il corpo ha bisogno di transizioni

Poi il ragionamento è diventato ancora più concreto.

Possiamo lavorare due ore senza renderci conto di essere rimasti praticamente immobili.

Una revisione sistematica recente sugli interventi digitali per interrompere la seduta ha mostrato che anche semplici promemoria possono ridurre il tempo trascorso seduti durante la giornata lavorativa.

Non significa che dobbiamo trasformare ogni pausa in un allenamento.

Anzi.

Mi interessa proprio il contrario.

Rimettere piccoli movimenti dentro una giornata normale!

Alzarsi.

Camminare.

Cambiare posizione.

Tornare a sedersi.

Anche questa è una transizione.

Talmente piccola che normalmente non la consideriamo nemmeno.


Abbiamo costruito una vita molto efficiente nell’eliminare gli spazi intermedi

È curioso…

La tecnologia cerca continuamente di ridurre l’attesa.

Consegne più veloci.

Risposte immediate.

Streaming senza interruzioni.

Pagamenti istantanei.

Videoconferenze che iniziano appena termina quella precedente.

E per moltissime cose è fantastico.

Non rimpiango certo una vita nella quale servivano tre giorni per fare ciò che oggi richiede trenta secondi.

Ma forse abbiamo confuso due concetti.

Ridurre l’attesa non significa necessariamente eliminare ogni intervallo.

Ci sono intervalli inutili.

E ce ne sono altri che hanno una funzione.


Succede anche quando viaggiamo

Partire è una delle transizioni più evidenti.

Chiudiamo una porta.

Prendiamo un’auto, un treno o un aereo.

Arriviamo altrove.

E per qualche ora non apparteniamo completamente né al luogo che abbiamo lasciato né a quello nel quale stiamo andando.

Forse è anche per questo che amo viaggiare.

Il viaggio interrompe fisicamente la continuità!

Ci costringe a passare da un contesto all’altro.

E quando torniamo, spesso guardiamo persino casa nostra in modo leggermente diverso.

Non perché sia cambiata.

Perché siamo cambiati noi, anche solo di pochissimo.


Forse non dobbiamo ottimizzare proprio tutto

Negli ultimi mesi ho scritto diverse volte di tempo, produttività e attenzione.

Non voglio arrivare ancora una volta alla conclusione che dobbiamo semplicemente “rallentare”.

Mi interessa qualcosa di leggermente diverso.

Dobbiamo imparare a cambiare ritmo.

Ci sono momenti per correre.

Momenti per concentrarsi.

Momenti per allenarsi.

Momenti per lavorare.

Momenti per viaggiare.

Momenti per fermarsi.

Il problema nasce quando non esiste più il passaggio.

Quando ogni cosa invade quella successiva.

Il lavoro arriva fino alla cena.

La cena convive con il telefono.

Il riposo contiene ancora le notifiche.

La vacanza diventa una lista di cose da completare.

Perfino il sonno arriva dopo l’ultimo scroll senza quasi nessuna separazione!


Sto iniziando a rivalutare gli spazi di mezzo

Forse una buona giornata non dipende soltanto da ciò che contiene.

Dipende anche da come passiamo da una cosa all’altra.

Dieci minuti tra due riunioni.

Una passeggiata dopo aver chiuso il computer.

Il viaggio verso un posto nuovo.

La prima settimana in un nuovo lavoro.

Una domenica tra una settimana e quella successiva.

Sono momenti nei quali apparentemente non succede molto.

Eppure preparano quello che succederà dopo.

Quindi questa settimana mi porto dietro una piccola idea:

non tutti gli spazi vuoti devono essere riempiti!

Alcuni hanno un lavoro da fare.

E forse il loro lavoro è proprio permetterci di arrivare davvero alla cosa successiva.


Il riposo non è un premio per aver completato tutto, ma il presupposto per continuare a creare valore. Concediti lo spazio di non dover produrre nulla.

Tich nhat han

A presto!

Alessandro

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